USA vs. Corea del Nord: Il ritornello di una guerra sporca.

 

Le recenti provocazioni fra gli Stati Uniti e la Nord Corea sembravano, per molti di noi, un incubo dal quale ci saremo svegliati prima o poi. Invece la paura fondata sui rumori e le minacce reciproche è diventata reale. Si, siamo sull’orlo della terza guerra mondiale.

Affermare una minaccia di tale dimensione sembrerebbe esagerato per alcuni, ma se prendiamo in conto le variabili che abbiamo di fronte ci rendiamo conto che la probabilità di un conflitto a vasta scala è reale.

Alla ricerca di legittimità.

Sia Kim Jong Un che Donald Trump, rinnegano le risorse della diplomazia e ignorano il principio democratico di accettarsi nelle diversità. Le loro politiche non sono fondate sulla governance, né sulle soluzioni, bensì sull’imposizione. Da un lato, Kim Jong Un deve affrontare la sfida di  un regime ereditato dal suo padre e nella sua inesperienza, prova la necessità di legittimarsi come l’uomo forte che garantirebbe un avvenire glorioso, più volte promesso ai nordcoreani. Erede di una specie di regime teocratico, il dittatore nordcoreano ha bisogno di scrivere qualche nuova pagina nella sua falsata storia nazionale e cerca disperatamente il riconoscimento internazionale; Dall’altro lato abbiamo Donald Trump, arrivato al potere con una campagna stile “far west” che però rischia di annegare seguendo soltanto l’istinto e disprezzando gli strumenti politici tradizionali. Infatti, Trump rimane sempre più isolato rischiando l’impeachment come conseguenza dei suoi strani rapporti con la Russia di Putin e inoltre, vede calare sempre di più la propria popolarità.

Infine, sia Kim Jong Un che Donald Trump risentono di una profonda necessità di legittimità interna e anziché lavorare per risolvere i problemi che riguardano la sfera dei propri governi, ricorrono alle vecchie maniere: alimentare il sentimento nazionale attraverso la minaccia di un nemico esterno. Tale dicotomia può funzionare fin quando rimanga relegata ai soliti discorsi demagogici, ma quando inizia a materializzarsi, ad esempio, con dei test missilistici ed esercizi militari ravvicinati, il gioco inizia a sfuggire dalle mani ad entrambi e la palla passa ai soliti signori della guerra.

La regressione nelle relazioni internazionali.

La minaccia di un conflitto tra gli Stati Uniti e la Corea del Nord sembrava far parte del passato col venire a meno della guerra fredda. Già dagli anni ’50 con l’apertura dei negoziati a Kaesòng, le parti capirono il bisogno di trovare una soluzione pacifica e dopo la tragedia del conflitto fratricida causato per gli interessi di due superpotenze che si spartivano il mondo, ci fu la firma dell’armistizio a P’anmunjòm. Si costituì una zona smilitarizzata e una fragile pace, la cui perdurabilità richiedeva ulteriori sforzi.

Nella cronaca, la tensione è sempre stata latente. Con l’ex presidente Bush Jr. non si andò oltre le parole. Dopo poi, con l’arrivo di Kim Jong Un, la comunità internazionale affrontava un avventuriero isolato che però, con salita di Donald Trump al potere, ha trovato un partner ideale, disposto anche lui a sacrificare mezzo secolo di pace per giocare alla guerra.

Questi avventurieri, desiderosi di gloria e alla ricerca di un briciolo di legittimità, coinvolgono a sua volta altre potenze quali la Russia e la Cina disposte a difendere i propri interessi e aprono le porte ad un conflitto del quale perdono il controllo, rendendo sempre più reale la probabilità di una terza guerra mondiale

Conclusioni.

Quando si pensa ad un eventuale guerra con la Corea del Nord non si può fare a meno di ricordare un vecchio conflitto che nei ’50 dimezzò circa il 10 per cento della popolazione dell’intera penisola e separò per sempre milioni di famiglie. Ora, con la minaccia di un conflitto nucleare, quali sarebbero le conseguenze? A quanto pare, la storia si ripete proprio perché l’uomo insiste sugli stessi errori di sempre.

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Estefano Soler
Estefano Soler Tamburrini, nato il 25.08.92. Ex dirigente studentesco nel 'Movimiento Estudiantil', Venezuela.(2014-2015) Studente di Scienze Politiche, Sociali e Internazionali all'Università di Bologna (2016 - oggi)