Senza Maduro, il Venezuela sarebbe più ricco della Norvegia

Gli Stati Uniti minacciano di bloccare l’import di petrolio venezuelano se il presidente Nicolas Maduro “andrà avanti con la sua idea di una super-legislatura e una Assemblea Costituente il 30 luglio”. Il referendum simbolico contro Maduro è stato un successo: il 98% dei venezuelani che hanno votato – 7,2 milioni di persone – si è opposto alla proposta del presidente e adesso Donald Trump è pronto a intervenire.

D’altra parte l’industria del petrolio è sensibile al tema e – soprattutto – costituisce il nocciolo duro dell’elettorato di Trump. Una mossa del genere metterebbe in ginocchio il Paese sudamericano che già deve far fronte a un’inflazione vicina al 1000 per cento annuo. “La responsabilità di questa situazione non è certo degli americani, ma piuttosto delle folli politiche messe in atto da Chavez prima e Maduro adesso” dice Massimo Siano, numero uno di Etf Securities per l’Europa del Sud che poi lancia una provocazione: “Come è possibile che la Norvegia abbia il fondo pensione più ricco del mondo con meno petrolio del Venezuela che è alla fame? La Norvegia ha sistema social democratico che redistribuisce molto, Caracas è governata da un’oligarchia corrotta. Eppure si è fatta molti amici in giro per il mondo”.

A preoccupare Siano è il fatto che le politiche monetarie venezuelane trovino delle sponde nel Vecchio continente: “L’euro è sopravvissuto a tutte le sue crisi perché nessuno si è mai sognato di stampare moneta. L’effetto Caracas dovrebbe essere evidente per tutti. Lo stato stampa denaro che perde valore nel giro di poche ore ed è costretto a indebitarsi in dollari a tassi d’interesse altissimi. E ogni voce di sanzione internazionale mette in crisi l’intero sistema economico”.

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Il riferimento ai vari movimenti no euro dell’analista non è neppure troppo velato: “Dal dopo guerra in poi nessuno ha mai proposto di superare le crisi stampando moneta. Negli ultimi anni, però, hanno iniziato a emergere alcuni cialtroni che si propongono in contrapposizione alle politiche monetarie della Bce di Mario Draghi. Venezuele, Jugoslavia e Zimbabwe sono la dimostrazione del fallimento populista e allo stesso tempo la dimostrazione della differenza che c’è tra lo stampare moneta e il Quantitative easing della Bce: i primi mettono in circolo liquidità senza alcun obiettivo, Draghi, invece combatte le deflazione comprando titoli di Stato”.

Carrarmati dell’esercito venezuelano prendono parte a una parata militare per celebrare il 188esimo anniversario della Battaglia di Carabobo a Valencia, circa 180 km a ovest di Caracas, 24 giugno 2009. REUTERS/Carlos Garcia Rawlins

Motivo per cui i mercati guardano con crescente diffidenza a quei Paesi che rivendicano la sovranità monetaria senza avere economia solide a sufficienza da sostenerla: basti guardare all’Egitto e all’Argentina che emettono titoli denominati in dollari. “Il mercato non si fida delle stampanti – rilancia Siano – più facilmente i governi mettono moneta in circolazione, più gli investitori si allontanano chiedendo valute straniere e alti tassi d’interesse”.

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Il modello del Venezuela, con un’economia fondata sul petrolio, dovrebbe quindi essere la Norvegia. Anche perché il mercato del greggio è stato travolto nel 2010 dal fracking che ne ha aumentato a dismisura l’offerta. E se agli inizi l’estrazione dalla rocce scisto bituminose era conveniente solo ad elevate quotazioni, oggi la tecnologia e le economie di scala hanno abbassato il punto di pareggio intorno a quota 50 dollari: “Credo che si possa arrivare anche a 40 dollari” dice il manager di Etf. Abbastanza perché gli americani non soffrano l’eventuale stop alle importazioni del greggio venezuelano e contestualmente rilancino la loro produzione.

Fonte: La Repubblica

 

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