Incontro con Yamile Saleh, madre del prigioniero politico venezuelano Lorent Saleh

A cinque piani sottoterra, rinchiuso in totale isolamento in una cella di 2 metri per 3, si trovava Lorent Saleh quando ha tentato il suicidio la prima volta. In carcere dal 2014, per ben 50 volte, è stata differita l’udienza per la sua incriminazione formale. Lorent è uno dei prigionieri politici nelle mani del Servicio Bolivariano de Inteligencia (Sebin), la polizia politica venezuelana, ben nota per effettuare torture ai dissidenti della dittatura. Nel 2017 il Parlamento Europeo gli conferì, assieme a un ridotto gruppo di venezuelani, il Premio Sakharov per la libertà di pensiero. Oggi sua madre, Yamile Saleh, chiede aiuto all’Europa per liberarlo.

 

Oggi Yamile Saleh è stata invitata a partecipare in un evento organizzato dagli Uffici del Parlamento Europeo in Italia, dove ci racconta la tragedia di suo figlio Lorent Saleh, prigioniero politico del regime di Nicolas Maduro in Venezuela.

Lorent Saleh, un ragazzo di 29 anni, è in prigione da 3 anni e oltre 10 mesi, per essere uno dei leader studenteschi che fanno opposizione alla dittatura del Venezuela. Fondatore della ONG “Operazione Libertà”, questo attivista ha partecipato dal 2007 in diverse proteste e denunce contro le violazioni continue dei diritti umani in Venezuela. Si trovava in Colombia, proprio denunciando quello che accadeva nel suo paese, quando è stato sequestrato dal governo del Presidente Juan Manuel Santos e consegnato illegalmente alle autorità venezuelane per la sua apprensione.

Queste sono alcune delle torture che il figlio di Yamile Saleh ha denunciato dal carcere: “scariche elettriche, colpi con oggetti contundenti e anche a mano chiuse, la pratica della busta di plastica in testa e perfino violenze sessuali”. Racconta inoltre che “i detenuti vengono appesi dalle manette in modo tale che tocchino terra appena con la punta delle dita dei piedi, e per di più sono vittime di torture di tipo psicologico. Pratica comune è la negativa a concedere loro assistenza medica, il proferimento di minacce, la mancanza di comunicazione con l’esterno, l’impossibilità di andare in bagno, lasciare le celle con la luce sempre accesa oppure totalmente spenta e mettere i detenuti a dormire per terra con i vestiti bagnati e con l’aria condizionata a una temperatura molto bassa.” Alcune di queste torture hanno portato Lorent a tentare il suicidio oramai due volte.

Nel 2017, durante la sessione plenaria a Strasburgo, il Parlamento Europeo ha conferito a lui, insieme ad altri 7 venezuelani rappresentanti dell’opposizione democratica in Venezuela, il Premio Sakharov per la libertà di pensiero. Dopo la rivolta in carcere del maggio 2018, nella quale i detenuti si sono ribellati in protesta contro le continue torture compiute su di loro, tutti i suoi compagni di cella, che come lui erano prigionieri politici, sono stati scarcerati. Tutti tranne Lorent. La mamma chiede spiegazione al giudice, ma la risposta è piatta: “gli ordini per liberarlo solo possono provenire dall’alto”, cioè, dallo stesso Maduro.

Adesso la madre di questo prigioniero politico sta girando l’Europa chiedendo l’attenzione del mondo. “Nessuno potrà ridargli questi anni a mio figlio, questi sono perduti per sempre”, dichiara Yamile con le lacrime agli occhi, ma chiede all’Europa di aiutarla a liberare suo figlio ed a diffondere le informazioni di quanto veramente sta accadendo in Venezuela. Per concludere, lascia questo messaggio all’Italia: “date grande valore alla libertà e alla democrazia, perché queste sono cose che in Venezuela non ci sono più”.

 

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